La nevrosi è il modo in cui ho scelto di essere al mondo. Lo rivendico. Lo difendo. Sì e no. Sacro e profano. Bene e Male. Esistono uomini, dicono i Sufi, per cui il Paradiso è ancora soltanto una prigione. Io voglio essere un uomo così. La psicoterapia serve: è servita a me e sono convinto che serva ai pochi, pochissimi pazienti con cui l’ho praticata. Eppure non riesco a non trovare sublime la scena del funerale della psicoterapeuta, in Ma che colpa abbiamo noi di Carlo Verdone, in cui un personaggio completamente fuori di testa si alza ed inizia ad urlare in chiesa sono tutte chiacchiere! Non serve a niente!

Ho deciso di andare in psicoterapia a diciannove anni, pochi mesi dopo l’inizio dell’università. Da medico, resto fermamente convinto del fatto che la psicosi sia un problema essenzialmente organico, e dunque probabilmente me la sarei evitata in ogni caso. Però il carrefour fra psicosi e nevrosi si gioca in quegli anni lì, e il mio andare in psicoterapia fu la scelta di campo per restare nella squadra dei nevrotici. Che poi la psicosi sia faccenda organica, è tutto da dimostrare. Viviamo in un mondo che è comprensibile soltanto a partire dalla categoria della psicosi: da una parte la perdita di evidenza naturale di cui parla Blankenburg, per cui saltano tutte le categorie gnoseologiche del passato, la lingua perde la sua significatività immediata, le pulsioni sono tutte vissute in modo paranoico e si ha l’impressione di provocar danni con la propria semplice esistenza. Dall’altra il fiorire dei sintomi positivi: la terra piatta, i rettiliani, i massoni cattivi. Così io a diciannove anni fui convocato alla scelta di campo dalle pulsioni più semplici del mondo: volevo consumare il coito con una ragazza che mi piaceva molto, e questo lasciava presagire a mia madre l’inevitabile processo di allontanamento dalla Cosa. Non c’era un padre in casa ad equilibrare il tutto, e così cercai uno psicologo.

Alla prima seduta, in uno studio piuttosto carino, seminterrato, di fronte a San Pietro in Vincoli, il mio giovane psicoterapeuta, Luca, non aveva ancora avuto il tempo di acquistare il lettino. Dunque la seduta avvenne con noi due seduti l’uno di fronte all’altro, con una scrivania a separarci. Alcune settimane dopo mi disse con un certo savoir faire, indicando il lettino, se vuole, c’è anche questa possibilità.

In quella prima seduta ebbi l’illusione di avergli detto cose originalissime. È talmente banale la lettura di quel che ero all’epoca, con gli occhi di oggi. Eppure, e questo è il bello della nevrosi, per certi versi era davvero straordinario e meraviglioso, unico, irripetibile quel che gli stavo presentando. Esistono più cammini verso Dio di quanti siano gli uomini. Io ero uno di quelli, e per quanto anche il migliore dei romanzi abbia un filo di inerzia nelle prime pagine, si presagiva in me il miracolo di un’esistenza umana, lo stesso miracolo che riceviamo tutti sotto il cielo.

Tornando a casa, percorrevo via Merulana accarezzato dalla luce di Roma. Cosa sia quella luce è difficile da dire. È una lieve tinta sospesa fra l’arancio e il rosa, che sfiora appena i palazzi e poggia con estrema discrezione sulle Chiese, sui sampietrini. Abita il traffico, i rumori, e l’isteria della città senza nessuna critica, senza disprezzo, come una madre che visiti un figlio in carcere. Racconta le cose che ha visto dall’alto, l’Impero farsi e disfarsi, i fasti dei papi, gli artisti il cui calcagno oscurava il disco del sole, come dicono i rabbini di Adamo. Ma lo fa senza partecipazione affettiva. È una luce che ricorda il versetto del primo libro dei Re, in cui si ha una teofania non spettacolare, priva di sensation seeking: Dopo il terremoto venne il fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco. Dopo il fuoco, Elia udì come un lieve sussurro. E il sussurro di quella luce ferma il tempo. Se chiudo gli occhi sono ancora lì, non mi sono mai spostato veramente, e in quel silenzio luminoso esisto.

Il ribollire di energie giovanili, il narcisismo grandioso che mi ha sempre abitato, mi facevano percorrere quella via come un iniziato, quasi il solo che avesse finalmente carpito il mistero della psicoterapia con una sola seduta. Fantasticavo di scriverne, di rivelare all’umanità cosa fosse una seduta di analisi e a cosa servisse. Per molto tempo non dissi a nessuno che andavo in terapia, poi, come faccio di solito, lo dissi ai quattro venti, e poi va sempre a finire che ne scrivo in un modo o in un altro.

Durante quegli anni capitò di tutto: avevo iniziato al primo anno di medicina e credo di aver concluso al quinto, o forse agli inizi del sesto. Il motivo per cui ho una simile incertezza, si badi bene, non è dovuto alla mancanza di investimento di quello spazio da parte mia. Come spesso vale per i nevrotici, è esattamente il contrario: non mi ricordo quando ho finito perché in realtà non ho finito mai.

Ma mentre si dipanava la terapia concreta, quella del setting, della volta a settimana, mi lasciai con quella prima fidanzata. Fui cacciato di casa. Iniziai con forza eroica il mio processo di emancipazione dalla Cosa. Conobbi Susanna, andai a convivere, mi diplomai al Conservatorio, mi laureai in Medicina, regredii allo stato di un preadolescente e feci scatti in avanti verso una saggezza quasi anziana e grottesca. Iniziai finalmente ad abitare nel mondo, con gli altri. E, dunque, a sentirmi per la prima volta solo.

Soprattutto, si andò definendo in me il desiderio di praticare il mestiere dell’analista, di sedermi dall’altra parte, e si concretizzò dunque in quegli anni il desiderio di diventare psichiatra. Passai per l’idealizzazione della teoria e della tecnica, per cui come quasi ogni paziente finivo per leggere e citare cose a cui il mio analista non dava importanza. Oggi mi capita che i pazienti mi regalino libri o mi chiedano di leggere qualcosa. Non lo faccio mai. Perché il mio analista mi disse che in terapia può succedere di tutto, si può anche ballare sul tavolo: l’importante è cercare di capire cosa accada.

La psicoterapia è comprensione che esaurisce i processi di comprensione, è una liberazione dalla scala di Wittgenstein. Tutte le parole che vengono dette, a cui si dà tanta importanza sul momento, possono essere immaginate come una sorta di svuotamento necessario per la psiche. Sono luoghi in cui l’inconscio prende il diritto di parola nel mondo reale, rivendica il bisogno di esistere al di fuori dei sogni, e per un qualche momento si ritiene importante. Ma le parole ci impediscono di esistere. Lacan diceva, non so dove ma non l’ho neanche mai saputo, che la nevrosi è il prezzo che paghiamo per il fatto di aver imparato a parlare. Ecco, in terapia a mio avviso si consuma una estinzione del potere taumaturgico della parola umana. La parola divina è altro: il Logos è un sussurro, come sta scritto nella Bibbia, non un terremoto. E allora, quando le parole fanno piangere, singhiozzare, scuotono le viscere, finiscono pian piano per estinguere la loro inutile energia. E finalmente rimaniamo noi. La psicoterapia è il modo che noi nevrotici abbiamo inventato per raggiungere l’obiettivo della meditazione Zen: essere in un luogo, in un momento, senza intenzione, volontà, né scopo.

Partito dall’Italia, giunto in Svizzera per intraprendere la mia vita adulta, il conato di allontanamento dalla Cosa si è fatto più drammatico, la parola umana ha cercato una sua rivincita, fuochi e tremori di terra si sono avvicendati. E allora ho cercato ancora il mio analista, riprendendo più volte delle terapie a distanza. E col passare del tempo anche il transfert ha iniziato finalmente ad allentare la morsa, anche questa ennesima Cosa mi ha lasciato libero di allontanarmi, di cercarmi, di guardare a me stesso senza intenzione. Ho visto il mio analista nella verità della sua persona dopo quasi quindici anni dall’inizio della mia analisi. Ho potuto vederlo quando ho finalmente guardato attenuarsi l’arroganza della mia gioventù. Quando sono diventato un adulto con le stesse difficoltà, imperfezioni, fallimenti che avevano suscitato la mia intolleranza in passato. Quando ho perdonato alla mia felicità di essere un po’ meno felice di quanto l’avrei voluta.

La psicoterapia serve a questo: trasforma la parola in un sussurro.