Vidi la prima opera di Cecconello della mia vita a sedici anni. Angelo Gilardino, il suo amico di sempre, e mio Maestro, mi aveva mandato per posta una copia del volume celebrativo che aveva ricevuto in dono  dagli amici in occasione dei suoi sessant’anni, una bella pubblicazione intitolata “L’anima esacorde”. Tra i contributi alla memoria e all’amicizia del compositore non poteva mancare quello del pittore Cecconello, autore di un ritratto dal carattere onirico, una matita mi sembra. Ma il ricordo è sfocato, lo confesso, dai vent’anni passati e dal fatto che i molti traslochi subiti releghino oggi il libro in una cantina a diverse centinaia di chilometri da me. Gilardino amava dire che a, suo modo di vedere, le arti figurative, la letteratura e la musica fossero tre declinazioni di un identico afflato dell’essere umano. Tre varianti di un medesimo atto. E, nella semplicità che la sua cultura e la sua saggezza non avevano scalfito, credo intendesse essenzialmente la vocazione artistica come una faccenda di decoro, un modo dignitoso di essere al mondo. In quella continuità fra pensiero e vita che è propria dei grandi, Gilardino aveva frequentato, sostenuto, confortato – talora rifugiandosi presso la loro amicizia in cerca della medesima attitudine – proprio un letterato, Sergio Givone, e un pittore: Gastone Cecconello.

La seconda introduzione a quest’ultimo avvenne per me quando, a partire dal 2012, iniziai a frequentare regolarmente la casa del Maestro Gilardino a Vercelli. Nella sua collezione figuravano non pochi lavori dell’amico Gastone, accanto ad altri maestri piemontesi. Dei molteplici filoni a cui Cecconello ha dato vita negli anni, quello prediletto dal compositore era senza dubbio la pittura di paesaggio, spinta fino ai limiti estremi della figuratività, che pure permane sempre nelle sue opere, quasi come una necessità di concretezza, indispensabile per affrontare in maniera credibile i lavori più astratti e materici. Ricordo in particolare un quadro di dimensioni importanti, direi quasi un metro per un metro, sulle tonalità del cremisi, che si stagliava nella camera da letto di Gilardino e che io intravedevo sempre dalla penombra del corridoio entrando in casa. L’ho sempre visto così quel quadro: una esplosione di luce e di energia insofferente alla malinconica penombra piemontese. E questo, in fondo, è Gastone Cecconello. Dopo averlo percepito in quella tela, iniziai a desumerlo dal primo contatto con la sua fisionomia, nella fotografia che lo ritrae giovane accanto all’amico musicista. Schivo ed elusivo quest’ultimo, angelico nel nome e nei modi, energico e fiero il pittore: gli occhi corvini, privi di ogni falsa modestia, di qualsivoglia timore nel rivolgersi verso il mondo, il sopracciglio alzato appena, le mani in tasca e le gambe accavallate, quasi che tutto esprima al contempo fiducia in se stesso e tensione, prontezza, quella sprezzatura da vero artista italiano che il Castiglione descrive in modo impareggiabile nel suo Cortigiano:

 

fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi

 

Finalmente lo conobbi, gli rendemmo visita la prima volta nel 2017 credo, insieme ad Angelo e a suo figlio Alessandro, pittore anch’egli, nonché allievo proprio di Gastone. La prima, ineludibile, sensazione nel varcare la soglia dello studio di Cecconello nella sua villa di Salussola è la vertigine. Smarrimento di fronte alla quantità sterminata di opere prodotte negli anni, con tecniche di ogni sorta, esplorando linguaggi che vanno dalla pittura figurativa alla scultura, passando per ogni tipo di sperimentazione immaginabile. Una quantità di opere che racconta soprattutto una esigenza ossessiva di lavorare, di ancorare l’energia dirompente raccontata dallo sguardo ad un perimetro ristrettissimo, di pochi metri, sottomettendo la vita alla forma, come fa ogni artista.

Con la generosità che gli è propria ma che, come ogni generosità autentica, non si lascia ingabbiare in una teoria e in un’aspettativa, Gastone decise quel giorno di regalarmi un suo lavoro, proprio perché sentiva che sinceramente non avrei mai osato immaginarlo. Mi invitò a perdermi in quel labirinto, esplorare, rimuovere la polvere che inevitabilmente si accumula fra quelle cornici addossate e che gli impone una rigorosissima protezione con delle pellicole e una meticolosa archiviazione di quelle migliaia di lavori. “Organizzati una piccola mostra personale, porta i lavori qui al centro, e poi ne scegli uno.”  Lo feci, spaziando nei vari generi che andavo incontrando. Finalmente ritenni un quadro che si trova ora nel mio salotto: un lavoro polimaterico dominato dalla paletta del rosso, entro il quale si staglia come elemento di fascino magnetico un piccolo tassello umano, motivo tipico del mondo immaginativo di Cecconello. Quasi come il marchio-firma di Giuseppe Capogrossi, il tassello umano rappresenta una costante dei lavori di Gastone, un tema sul quale egli torna con fare martellante, quasi a volersene liberare, esorcizzandolo. Si tratta di un busto dal volto privo di connotazione, simile ad un manichino di De Chirico. In esso si condensa l’orrore della disumanizzazione dell’uomo, del suo farsi elemento anonimo di una massa, sottomesso a costrizioni che ne castrano l’immaginario, omologato in un pensiero unico che ne rende impossibile la realizzazione quale esperienza esistenziale unica ed irripetibile. Il contraltare di questo uomo anonimo è, nei racconti di Cecconello, il leggendario Zio Tasso, un caimano del Piave dotato di forza sovrumana, al quale i carabinieri avrebbero rilasciato un certificato, ai primi del Novecento, nel quale gli si faceva manifesta interdizione di usare il suo pugno nelle risse, considerato un’arma letale. Virile, ma pronto ad andare con un uomo pagante per beneficiare di una piccola somma, salvo poi stenderlo di fronte alla ritrosia nel corrispondere quanto pattuito. Infine demente, intento a realizzare improbabili bastoni in legno in cui grossolani marchingegni simulavano un’erezione nelle figure umane ricavate nei pomelli. Intento a inventare a storie improbabili col giovane nipote: “Gastone! Oggi vendevo i bastoni al mercato e sai chi è venuto a comprarli? Nil Amstro! Quello della luna!”

Il sorriso suscitato dalla meravigliosa umanità preindustriale che emerge da questi aneddoti, la dirompente forza del rosso che squarciava la penombra del corridoio in via Prestinari, uno sconforto mai sconfitto di fronte all’uomo ridotto a tassello, tutto questo viene salvato e protetto come in un’arca nell’opera di Cecconello.

Compiuto questo dovere, con dedizione, talento e competenza fuori dal comune, all’uomo resta ben poco. Ci si svuota nell’arte. A margine dei colori del suo studio, del ritratto fotografico nel salotto di Gilardino, Gastone nella mente mi si presenta soprattutto intento a camminare nel suo giardino, gustare qualche frutto, dar da mangiare agli uccelli della sua voliera. Libero dal proprio dovere, l’artista è forse tra i pochi a saper ancora accogliere i miracoli del mondo.