Sui termini « lingua » e « linguaggio » poss
iamo avere soltanto pregiudizi, vale a dire idee che si costituiscono necessariamente in assenza di una disamina esaustiva dei due concetti. Ebbene, con la prudenza che si rende inevitabile dopo una simile premessa, m
i accingo a condividere con voi alcune riflessioni, per cercare di capire se la musica sia una lingua o un linguaggio. Benché sia possibile, in questo come in quasi ogni ambito, iniziare letteralmente “da Adamo ed Eva”, ho deciso di andare avanti di qualche puntata e, prendendo spunto dal titolo – molto efficace – di questo festival, di iniziare da Babele. La sezione della Bibbia che ci racconta
questo episodio inizia, con la precisione e la concretezza tipiche del pensiero ebraico, informandoci del fatto che gli uomini prima di Babele avevano “un solo linguaggio, e le stesse parole”. Mi perdo
nerete se vi offro una personale traduzione dall’ebraico. Il termine ” שפה” (saphà) viene tradotto infatti arbitrariamente come “lingua” o “linguaggio”, e qui si capisce già come siamo in un campo ermeneutico altamente opinabile. Io vi propongo di tradurlo come linguaggio, perché altrimenti non ci sarebbe bisogno di specificare successivamente che le ”דברים” (daverim – parole) fossero le stesse. Credo che non sia ardito affermare che prima di Babele gli uomini avessero un solo linguaggio, e una sola lingua. Il linguaggio permetteva loro di comprendersi universalmente, le “stesse parole” facevano sì che abitassero un mondo mentale unico, condiviso da tutti. Dopodiché, per punire la loro superbia, Dio confonde la saphà, il linguaggio, e implicitamente le parole non sono più le stesse. Ora, la cosa che trovo molto importante rispetto a questo trauma primitivo della nostra cultura, è che di lì in poi l’inadeguatezza delle parole rispetto alle cose ritornerà come una costante nel pensiero: Francis Bacon parlerà della necessità di recuperare il “commercium mentis et rei”, Foucault intitolerà quello che è forse il suo capolavoro “Le parole e le cose, Les mots et les choses”. In ebraico questo titolo non avrebbe senso. “Davar” infatti vuol dire sia “parola” che “cosa”. E se parola e cosa non sono più identiche, non sono più “le stesse”, allora non si riesce a costruire niente. Pasolini definì il cinema alternativamente “lingua” o “linguaggio” nelle sue interviste. Nella registrazione in cui usa questo secondo termine, egli dice “Il primo linguaggio dell’uomo è il linguaggio della sua azione, della sua presenza nella realtà, nella sua vita. Ora il cinema non è altro che la riproduzione di questo primo linguaggio umano”. Io vedo in questo un vagheggiamento di uno stato pre-babelico: un mondo in cui un solo linguaggio è fatto dell’identificazione fra parola e cosa. Possiamo a questo punto fare un salto, credo, verso una distinzione con la quale tendiamo ad essere più a nostro agio, perché noi la cultura biblica la conosciamo attraverso la mediazione greca, e ci sentiamo più a casa col pensiero greco che con quello ebraico. Ebbene, pr
oviamo a pensare il linguaggio come sinonimo di mito, e quindi di racconto raccontabile. La lingua, invece, associamola al logos, e dunque al racconto raccontato, non modificabile. Ci renderemo conto del fatto che la “confusione del linguaggio”, la fine del mito, che segna una frattura con la realtà, è allora una vicenda che si ripete costantemente, tanto nella vita del singolo, quanto in quella della collettività. Il mito, come racconto raccontabile, non è mai dato definitivamente: è una sorgente di contenuti, aderisce costantemente alla realtà proprio quando pare discostarsene. Il carro del mito è anche il sole, il padre dell’Olimpo è anche il fulmine che posso vedere, la tragedia di Sofocle non smette di generare novità fino ad arrivare alla psicoanalisi. Il logos, invece, come raccont
o raccontato, crea di per sé una frattura con la realtà. Appena diventiamo troppo logici cessiamo di sognare la verità con la V maiuscola, ci sentiamo in dovere persino di prendere le distanze da un simile concetto. Bene, da Babele a Babelicantes….La musica insomma è una lingua o un linguaggio? Io faccio anche lo psicoanalista di professione, quindi mi perdonerete se dico….tutte e due! E’ un linguaggio nella misura in cui aspira ad essere un universale della comunicazione, ma si configura come lingua storicamente data, che necessita inevitabilmente il possesso di un codice per essere pienamente intesa. La musica di Angelo Gilardino, che andremo ad ascoltare entra in dialogo con Napoli nella duplice veste di linguaggio e di lingua. In qualità di linguaggio, questa musica parla col mito e con i miti di Napoli, verso i quali c’era una sincera devozione da parte del compositore. Si badi bene, quando parlo dei miti di Napoli non intendo assolutamente scadere nella cartolina turistica fatta di due o tre icone facilmente identificabili, no. Mi riferisco a quel complesso di stratificazioni storiche che questa splendida città ha registrato, e che si sostanziano in un realismo magico che permea ogni manifestazione artistica che da essa sgorga. Gilardino ha frequentato questo humus mitico attraverso la letteratura: era un lettore attentissimo di Anna Maria Ortese, che ci ha regalato un’allucinante fantasmagoria giocata sul Munaciello nel Cardillo Addolorato. Ma anche di Nicola Pugliese, col suo vorticoso Malacqua, nel qua
le tutto avviene senza avvenire, gli spiriti si aggirano nel Castel dell’Ovo e tutto sembra cospirare ad una sinistra ierofania che si risolve in una mattinata di sole. Non gli era estranea la profonda umanità del Ventre di Napoli di Matilde Serao, in cui gli ultimi del popolo sembrano ripetere il tipo dell’umanità esiliata dall’Eden. E, da lettore colto e attento quale era, non gli sfuggivano gli esiti più recenti della letteratura napoletana: da Neronapoletano di Antonella Cilento in cui il presente si sovrappone con il settecento di Vico in una sorta di seduta medianica inarrestabile a Di questa vita menzognera di Montesano, in cui il mito del male si incarna in una grottesca e iperbolica descrizione dei malavitosi. Il mondo mitico napoletano permea il linguaggio di Gilardino in diverse opere: il Concerto del Sepeithos, il duo Riviera di Chiaia, i brani per chitarra sola intitolati Toledo, Monte di Procida. A questa Napoli letteraria Gilardino affiancava la frequentazione di amici napoletani, cui in alcuni casi riconosceva il ruolo di veri e propri iniziatori ad una realtà mitica. Nella prefazione della Sonata Mediterranea, che andremo ad ascoltare nell’esecuzione di Giovanni Martinelli, il compositore scrive All’origine di questi due tempi della Sonata Mediterranea vi è inoltre un fitto dialogo che, sugli artisti partenopei (poeti, narratori, drammaturghi, musicisti, pittori), intrattengo da alcuni anni con il chitarrista Oscar Bellomo, un profondo conoscitore (nonostante la sua giovane età) e un esponente verace della cultura della sua città. Per la verità, io ho pensato soprattutto a un quadro che Castelnuovo-Tedesco aveva in casa. Opera di Giovanni Colacicchi (1900-1992), un amico di Mario, era pervasa da un’atmosfera piena di luce ma profonda e meditativa, e ritraeva uno dei luoghi più cari al compositore, Pian dei Giullari, sobborgo collinare di Firenze.” I due movimenti restanti sono di ispirazione napoletana, un tema ricorrente nella poetica gilardiniana. Il secondo, “Ninna nanna”, si riferisce a un frammento del poeta Salvatore Di Giacomo (“Ma sulitario e lento/more ‘o mutivo antico;/ se fa ‘cchiù cupo o vico/ dint’all’oscurità”), il contrasto fra il motivo antico e il tema dell’oscurità è reso musicalmente dalla progressiva perturbazione di un semplice motivo di semiminime, nel contesto di un “Adagio incantato”. Conclude l’opera un tumultuoso Rondò, dedicato al pittore Giuseppe Casciaro, in cui un ritornello “Allegro rutilante” incastona alcune suggestioni derivate dai due movimenti precedenti. Il linguaggio del mito, che abbiamo evocato nelle immagini letterarie che vi ho presentato in rapida successione, si fa lingua musicale attraverso la tecnica compositiva, calibratissima, di cui ho cercato di esporvi alcuni dettagli. E a margine di tante parole, di tanta lingua, vale la pena di porsi l’eterna, vexata quaestio, se parlare di musica abbia senso. Vale la pena farlo o, come diceva Frank Zappa, parlare di musica è come ballare di architettura? Non posso che propendere per l’ipotesi secondo cui un racconto raccontato, e quindi falso, sulla musica sia utilissimo per approcciare tutti i racconti raccontabili che questo linguaggio sottende nelle varie lingue a cui dà luogo. Perché la lingua tende al linguaggio, e quest’ultimo a un vagheggiato stato edenico in cui tutto era uno e la beatitudine perfetta. A questo tendiamo col nostro agire e col nostro parlare, ricordando la poesia “Guitarra” di Garcia Lorca, che Gilardino mi ha fatto scoprire e che amo citare in ogni occasione utile, come fosse un abbraccio e un ringraziamento che gli rivolgo a distanza Piange freccia senza bersaglio la sera senza domani